L’inserto è una sorta di intermezzo che può vivere di vita propria o innescare collegamenti (casuali o prestabiliti) con il tema dell’intervento formativo.
Qui di seguito viene proposto un esempio sulla parola strass.
1-Si può cominciare comincia con la storia della parola
Strass
vetro brillante, splendente, ottenuto per fusione di acido salicico, alcali e ossido di piombo; è dotato di alto potere rifrangente. Dopo molatura e lucidatura viene utilizzato in bigiotteria per imitazione di pietre preziose
Lo strass è anche un’imitazione del cristallo
Il cristallo in chimica,è sostanza solida (stato cristallino è anche sinonimo di stato solido) chimicamente e fisicamente omogenea, con forma geometrica definita, naturalmente poliedrica. I cristalli sono dotati di struttura tridimensionale discontinua e periodica, sono cioè formati da particelle disposte a intervalli regolari nelle tre dimensioni dello spazio. Nei cristalli le proprietà fisiche vettoriali variano a seconda della direzione considerata (anisotropia), mentre restano invariate le proprietà scalari, come peso specifico ecc.
Il termine cristallo è anche usato per indicare genericamente una categoria di vetri bianchi contraddistinti
dal fatto di contenere un'alta percentuale di piombo, in sostituzione del calcio, contenuto nei vetri comuni. Il contenuto in piombo conferisce
al cristallo un elevato indice di rifrazione e notevole elasticità, e quindi una particolare brillantezza e sonorità. Viene usato come
vetro pregiato per la
cristalleria da tavola di alta qualità e per la fabbricazione degli specchi.
(
www.sapere.it)
“Una storia interessante può nascer anche intorno a oggetti che solo all’apparenza possono essere considerati banali accessori, come lo sono i bottoni per l’abbigliamento…(Ma) in Europa il bottone fu un orpello per ricchi e come tale fu prodotto al pari degli oggetti preziosi, tanto che a occuparsi della loro fattura furono soltanto gli orafi: metalli nobili, pietre preziose, coralli e perle, venivano ostentati come segno di opulenza e ornamento di abiti, mantelli e copricapi….
In uno dei tanti esperimenti , l’orafo viennese Joseph Strasser riuscì (qualcuno dice nel 1758) a produrre un surrogato del diamante che avrà larghissima diffusione: lo strass. …(pag.331)
Antonio Giardullo
L’avventura delle parole
Dal nome proprio al nome comune
Vallardi 2008
2-Questo spunto fornisce l’occasione per diverse considerazioni.
1.2-L’origine della parola : strass rientra nel grande tema della bijouterie, parola francese dal bretone bizou anello
(da biz dito, così nel Dictionnaire étymologique Larousse)
Lo strass è venduto anche nei negozi di chincaglieria dal tedesco klingen risonare quindi voce onomatopeica, in francese quincaillerie.
2.2- (In wikipedia)
“Per bigiotteria si intende tutta quell'oggettistica che comprende collane, bracciali, anelli e orecchini realizzati interamente a mano utilizzando componenti di vetro, plastica, ceramica, legno, pietre, conchiglie o metallo in modo tale che la loro alta valenza estetica compensi la modestia dei componenti. La bigiotteria prende anche il nome di Gioielleria di scena in quanto nasce come produzione per il mondo dello spettacolo, ma in seguito ha avuto grande diffusione commerciale per via del prezzo contenuto e dell'ottimo risultato estetico.
Diffusione
Recentemente vi è stato un notevole sviluppo di tutto ciò che riguarda la bigiotteria, intesa come hobby personale, ovvero si è notato un incremento delle hobbyste con conseguente proliferare di corsi specifici, di siti web sull'argomento, di riviste specializzate, fino ad arrivare alle innumerevoli esposizioni in occasione dei mercati per hobbysti che ormai si tengono quasi settimanalmente in molti comuni d'Italia.
La città di Providence, (Rhode Island) è stata il luogo di nascita della produzione dei cosiddetti "Gioielli delle Dive", poiché il cinema, dagli anni 1930 in poi, ha fatto da volano a bijoux che dei gioielli veri avevano l'apparenza e la bellezza, senza possederne il valore intrinseco”
3- Dall’entità del commercio e della produzione di bigiotteria e di strass sipuò passare sia al settore delle imitazioni (nei settori degli ornamenti) o passare anche alle suppellettili e ai tessuti
“Nelle comunità religiose si usavano già cucchiai e tazze di stagno. Il monaco benedettino tedesco Teofilo Presbyter descrive, intorno all'anno 1100, nel suo manuale delle arti industriali "Schedula diversarum artium", la lavorazione di tali suppellettili.
Via via che i popoli prendevano dimora stabile venivano fabbricati in stagno, oltre agli arredi di culto, ivi compresi ostensori, ampolle e bacinelle, anche piatti, brocche e bicchieri in misura sempre crescente. Il popolo comincia a sostituire a poco a poco il vasellame da tavola, fabbricato ancora in legno e in argilla fino a qualche tempo prima, con stoviglie di stagno, materiale assai più resistente e circa nel 1200 incomincia a svilupparsi la lavorazione artigianale del metallo, nei centri più importanti.
Questo è confermato dalla costituzione delle Corporazioni artigiane di mestiere in molte città europee: risale al 1285 la prima menzione dei fonditori di Norimberga riuniti in corporazione, Lubecca e Francoforte sul Meno ci danno notizie di fonditori che già alla fine del XIII secolo svolgevano la loro attività. Di Augsburg abbiamo notizie a partire dal 1324; nel 1348 a Londra, nel 1363 a Strasburgo e nel 1375 ad Amburgo. A partire dal 1400 possiamo provare sulla scorta di innumerevoli documenti, l'esistenza di altre Corporazioni a Vienna, Dresda, Regensburg, Ulma, Monaco, Colonia, Lipsia, in altre località minori della Germania Settentrionale, della Sassonia, della Slesia, della Boemia, del Tirolo, della Svizzera e della Svezia.
In Italia è Venezia ad avere la prima stesura definitiva del capitolare della Scuola (sinonimo di corporazione nel lessico veneto) nel 1477; ed in questa si accenna ad una precedente del 1432, che potrebbe anche non essere la prima
Rinascimento
Il ruolo predominante delle corporazioni nel Rinascimento fa crescere le città in potenza e ricchezza e contribuisce all'elevazione del tenore di vita e delle abitudini ed è allora che ha inizio l'epoca aurea dell'arte del fonditore.
Stoviglie di peltro brillano nelle linde cucine dei borghesi e sugli stipi, sui cassettoni, sulle cornici e davanzali delle stanza contadine. L'ambizione delle nobildonne di campagna è il “locale dei peltri”, riccamente arredato, e nelle corti principesche il “custode dei peltri” veglia sul ricco patrimonio del vasellame da tavola.
Sul finire del XVI secolo l'arte fusoria raggiunge perfezione tecnica con l'esecuzione dei lavori in peltro, che divengono veri e propri oggetti artistici. Fregi ornamentali, disposti geometricamente in forma di barretta, di perla o di foglia, figure e motivi floreali, tratti del mondo antico trasformano il peltro in elemento decorativo, in cui valore consiste non tanto nella sola struttura formale, quanto invece nella ricchezza dei suoi diversi particolari.
Barocco e rococò
Nei decenni seguenti alla guerra dei Trent'Anni l'arte del fonditore ritrovò in breve un terreno favorevole. Non soltanto nelle case private, negli ospedali, nelle osterie e nelle sale delle Corporazioni, bensì anche nelle stanze dei ricchi patrizi e della nobiltà, ma soprattutto nelle chiese, il vasellame di peltro trovò in misura crescente il suo ambiente accanto all'argenteria e continuamente vennero prodotti nuovi pezzi. Se durante il XVI secolo aveva predominato il carattere ornamentale degli oggetti, dapprima finiti a tutto rilievo, e successivamente, dopo il volger del secolo, decorati limitatamente ai manici e ai beccucci dei recipienti o ai bordi dei piatti, verso la metà del XVII secolo si assiste al ritorno del getto liscio di forma più severa, che solo raramente è ornato da una serie di motivi impressi a cesello. L'affascinante proprietà dello stagno, quella lucentezza che lo rende simile all'argento, può così nuovamente essere messa in risalto.
Il passaggio all'alto Barocco e da questo al Rococò con i suoi oggetti leggeri, slanciati ed estrosi, ornati di delicate nervature asimmetriche, si compie insensibilmente per quanto riguarda gli stampi corrispondenti. L'argento che torna ad affermarsi grazie al crescente benessere delle popolazioni, induce spesso i fonditori ad attingere da esso esempi e modelli. Vengono prodotte principalmente stoviglie da tavola, zuppiere, ciotole e, per l'estendersi del consumo di bevande, come tè o caffè, caraffe panciute provviste di coperchio. Anche crocefissi, candelabri e acquasantiere vengono create in forma armoniosa per le devozioni domestiche. Le grandi dimensioni delle bottiglie, dei vassoi e dei piatti invitano ad incidervi figure e motti in linee morbide e slanciate. Caraffe e boccali furono prodotti in tutti i tipi, con coperchio liscio od ornato, spesso provvisti di beccuccio. I manici, a nastro, erano pure lisci o decorati da rilievi leggeri. Il fondo appiattito veniva saldato talvolta su tre piedi in forma di teste d'angelo con ali o di mascheroni.
Classicismo, biedermaeier e floreale
Gli anni intorno al 1800 vedono il regresso graduale dell'arte del peltro. Lo stile severo del classicismo, che mal risponde al peltro lavorato, non permettendo al metallo di emanare alcun calore intimo e familiare, sostituisce le linee arrotondate con fregi lineari, recanti delicati sviluppi a bassorilievo di foglie d'acanto, di fronde di quercia, fili di perle e nodi ornati di ghirlande di fiori.
Solo quando si cominciano a riprodurre gli stessi oggetti nello stile Biedermeier, rinasce per tre decenni circa l'amore per il peltro. Tuttavia a paragone della porcellana e del cristallo, la richiesta rimane pressoché insignificante.
Sul finire del XIX secolo venne introdotto lo stile floreale. Lavori notevoli furono realizzati anche in quest'epoca nella realizzazione sia delle forme che dei getti.
Il peltro oggi
Sarebbe lecito supporre che il processo di industrializzazione e il decadere dello stile, abbiano inferto un colpo mortale all'arte del fonditore. Le conseguenze di natura economica del dopoguerra intralciarono l'attività creativa delle botteghe artigianali. Ormai pochi Maestri potevano concedersi il lusso di mantenere lavoranti. Ma si deve a questi Maestri e a un certo numero di esercizi a firma unica se l'antica tradizione è stata conservata. Essi hanno gettato i ponti verso il futuro, preparando un terreno favorevole al riaffermarsi del peltro. Oggi infatti, accanto alle riproduzioni di pregiatissimi pezzi antichi di diverse epoche e stili, i produttori sono in grado di offrire oggetti di nuova concezione, con spunti talora sorprendenti: la varietà delle forme realizzabili, che la versatilità del peltro consente, trova infatti un limite soltanto nella fantasia del designer. Se il peltro antico ha oggi un valore notevole ed è possibile ammirarlo soltanto in musei o presso collezioni private, quello prodotto ai nostri giorni da abili artigiani può donare un tocco di eleganza in più alle nostre case ed il suo valore è destinato senz'altro ad accrescersi nel tempo per divenire il cimelio di domani.”
3.2 Analogia con il fustagno : in origine più costoso del lino
(Da Wikipedia)
Il fustagno è un tessuto resistente con armatura a saia a 3 o a 4.
Anticamente era realizzato con un ordito in lino e la trama in cotone, oggi interamente in cotone o in lana. Le sue caratteristiche sono la robustezza e resistenza (per i materiali usati) unite alla morbidezza (per l'armatura a saia) e alla mano scamosciata (per il finissaggio ottenuto con la smerigliatura), che gli dà l'aspetto vellutato.
Adatto alla confezione di abbigliamento maschile, da lavoro e da caccia, era usato per biancheria da letto e fodere previa sbiancatura. Varietà di fustagno sono il beaverteen, il moleskin e il doeskin che imita le pelle di daino.
Etimologia
Prende il nome da El Fustat, sobborgo del Cairo in Egitto.
Storia
Conosciuto sin dal medioevo era un tessuto pregiato per la sua componente di cotone, che essendo importato dall'India dai mercanti veneziani, risultava notevolmente più costoso del lino di produzione europea.
Dall'Italia si diffuse nel XIII secolo, attraverso la Francia, nel resto d'Europa, il più pregiato era prodotto a Milano.
Dal XV secolo la zona di Chieri si specializza nella produzione di un fustagno di colore blu, tinto con il guado (isathis tinctoria), grazie anche alle misure protezionistiche dei duchi di Savoia. Fino alla metà del XVIII secolo, attraverso il porto di Genova, esporta in Europa, soprattutto in Olanda Inghilterra, e in America.
Con la diminuzione del costo del cotone, da tessuto pregiato, divenne stoffa per abiti da lavoro, in fustagno sono fatti gli abiti dei butteri toscani.
Curiosità
Il fustagno è molto simile al denim, che probabilmente ne è una derivazione. La differenza tra loro è data dal colore dell'ordito: nel fustagno trama e ordito sono del medesimo colore, nel denim la trama è bianca o écru e l'ordito blu.
3.3 Dal fustagno al denim
Denim (da wikipedia)
Il denim è il tessuto che si usa per confezionare i blue-jeans. Il colore classico è un blu non regolare, anche se raramente compare in altri colori, trattamenti di finissaggio possono modificarne l'aspetto come nello stone washed o nel delavé.
Anticamente era realizzato con un ordito in lino e la trama in cotone, oggi interamente in cotone. Le sue caratteristiche sono la robustezza e resistenza (per il materiale usato) unite a una certa adattabilità (per l'armatura a saia).
Il denim è molto simile al fustagno, che ne è l'antenato. La differenza tra loro è data dal colore dell'ordito: nel fustagno trama e ordito sono del medesimo colore, nel denim la trama è bianca o écru e l'ordito blu.
Etimologia
Prende il nome dalla città di Nîmes in Francia, un tempo era detto tela de Nîmes.
Storia
Già nel XV secolo Nîmes era in concorrenza con Chieri, in Piemonte, per la produzione di un tipo di fustagno molto robusto di colore blu, allora tinto con il guado (isathis tinctoria).
Quando il cotone divenne un materiale economico, disponibile in grandi quantità, questo tipo di tessuto divenne materiale d'eccellenza per abiti da lavoro.
La produzione francese prese il nome da Nîmes, mentre quella chierese, che veniva esportata attraverso il porto di Genova dove questo tipo di tela blu era usata per confezionare i sacchi per le vele delle navi e per coprire le merci nel porto, prese il nome blue-jeans (in inglese), dal termine blue de Gênes, ovvero blu di Genova
3.4 Dal denim al guado
“Piero della Francesca nacque da Benedetto de' Franceschi, commerciante di guado, e da Romana di Perino da Monterchi. La sua formazione avvenne nella bottega di Domenico Veneziano a Firenze e a contatto con il Beato Angelico, suo mediatore verso Masaccio e Brunelleschi. Insieme al primo dipinse gli affreschi, oggi perduti, per il coro della chiesa di Sant'Egidio a Firenze”(dal web)
www.aboca.it/coltivazioni/coltivazioni.asp?id=25 - 25k
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Nome italiano: Guado
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Nome latino: Isatis tinctoria L.
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Famiglia: Ginkgoaceae
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Descrizione:Il guado è una pianta erbacea bienne, talora perenne, con radice affusolata e robusta, alta fino a 2 metri. Il fusto è vigoroso e ramificato nella parte superiore. Le foglie glauche e cerose, con orecchiette amplessicauli sono progressivamente ridotte verso la metà superiore. I fiori, numerosissimi, sono portati su racemi densi e sbocciano da aprile a luglio. Le silique, pendule, contengono i semi. La zona di origine di questa crucifera è probabilmente quella asiatica; fu importata in Europa in epoca antichissima, tanto che in seguito anche a periodi di intensa coltivazione si è ormai adattata a vivere in diverse zone come un’autoctona. In Italia cresce negli incolti aridi di diversi areali del centro-sud specialmente come naturalizzata nelle zone di coltivazione.
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La droga: Le foglie e i fiori
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Notizie generali e storia: Il guado fu ampiamente coltivato in Europa, sia in epoca romana che medievale; dalla sua lavorazione si otteneva l’indaco, un colorante verde-azzurro molto apprezzato per tinture e vernici. La colorazione il guado permetteva di ottenere una vastissima gamma di blu, dai più intensi agli azzurri chiari. Inoltre con l’aggiunta di altre tinte gialle o rosse, la gamma si ampliava fino ad ottenere verdi, porpora e violetti. L’estrazione dell’indaco era un processo lungo e laborioso: veniva raccolta la pianta intera, che sminuzzata forniva una massa pastosa, la quale divisa in pani era fatta seccare su appositi cannicciati. Questi pani essiccati erano venduti dagli agricoltori e conferiti in maceri, dove, una volta reidratati e fatti fermentare, davano origine al colorante pronto per l’uso. Tutto il processo durava circa un mese. Dalla documentazione storica risulta che in Italia centrale, l’economia di molte comunità si sorreggeva interamente sulla coltivazione ed estrazione dell’indaco dal guado. L’Alta Valtiberina era sicuramente tra queste e molte sono le testimonianze che lo ricordano. Un richiamo molto noto è la figura della "Madonna del Parto" nell’affresco di Piero della Francesca a Monterchi che veste un abito di un colore blu intenso, si dice, dato dal guado.
La coltivazione andò decadendo durante il XVII secolo, per l’arrivo sul mercato europeo dell’indaco asiatico (estratto da Indigofera tinctoria L.), questo infatti, era economicamente più conveniente perché non richiedeva i lunghi processi di macinazione e macerazione.
Solo successivamente e troppo tardi si scoprì che l’estrazione dell’indaco dal guado poteva essere fatta con un procedimento identico. Oggi la riscoperta del mondo del naturale ha rilanciato i coloranti vegetali, e, tra questi, sicuramente il guado, che vede crescere l’interesse anche grazie ad interventi specifici dell’Unione Europea. Dal punto di vista medicinale il guado era utilizzato dalla medicina popolare come vulnerario e cicatrizzante per il trattamento di infiammazioni ed emorragie.
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Il progetto di ricerca: Nella Valtiberina Toscana un progetto di sviluppo rurale finanziato dall’Unione Europea, incentrato sul guado, ha raggiunto interessanti risultati preliminari. Aboca ha offerto la propria esperienza ai realizzatori, nel reperimento di alcune accessioni di seme provenienti da diverse parti del mondo. Il guado è oggi conservato come semi e coltivazioni-collezione nella banca del germoplasma che l’Azienda ha realizzato in collaborazione con il Dipartimento di Biologia Vegetale e Bio-tecnologie Agroambientali dell’Università di Perugia.
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“Il Museo dei colori naturali Delio Bischi, situato nell’Oasi San Benedetto nell’Abbazia benedettina di Làmoli di Borgo Pace, nella Provincia di Pesaro e Urbino, ripropone più di 500 colori vegetali, estratti da rare specie botaniche come la robbia, la reseda e il guado; quest’ultimo, denominato cuccagna, ha rappresentato nel periodo rinascimentale una risorsa economica tanto importante da essere definito l’oro blu del Montefeltro. L’ultima coltivazione risale al 1720.
Il pigmento colorante del guado è stato riscoperto nel 2000 e ora si torna ad usarlo nelle colorazioni di manufatti in diversi campi d’impiego: artigianato, cosmetica, edilizia, tessile, belle arti e abbigliamento.
Il Museo propone un percorso conoscitivo sulle piante officinali tintorie, sul loro antico uso, sulla recente riscoperta e sul loro contemporaneo e futuro utilizzo.
Nel chiostro dell’abbazia vi è la sede dove sono esposti i documenti d’archivio e bibliografici, l’erbario con le schede tecnico-scientifiche sulle principali essenze tintorie e un laboratorio di sviluppo e ricerca per l’estrazione dei pigmenti vegetali da fiori, bacche, foglie e radici.
Nell’area adiacente l’originario monastero vi sono le coltivazioni sperimentali delle erbe tintorie, fruibili in un percorso segnalato e catalogato, e una serra adibita ad aula didattica.
All’interno del Museo opera un Centro Sperimentale dei Colori Naturali che propone la diffusione delle piante tintorie, le loro applicazioni e la ricerca di nuovi settori di utilizzo. In concreto il Centro ha ottenuto l’impiego dei colori naturali nella coloritura di fibre tessili, nella produzione di cosmetici naturali, nei colori per belle arti e nei prodotti di bioedilizia.
Tra gli anni ’70 e ’80 il dott. Delio Bischi riscoprì, nel territorio del Montefeltro, macine che non erano né da grano né da olio. Erano macine da guado: servivano a macinare le foglie del guado e a produrre un pigmento blu.
Guado era il cilestre del rigatino dei contadini marchigiani, il pastel degli arazzi di Gobelins, il blu delle tovaglie e dei velluti rinascimentali nonché quello usato da Piero della Francesca, egli stesso coltivatore di guado per la tempera
Il guado in Germania
(articolo di Rosanna Minelli in http://www.viaggio-in-germania.de/erfurt-guado.html
“Tra il Medioevo e la fine del Rinascimento Erfurt, che era anche una città anseatica, divenne così ricca da poter fondare, nel 1392, un'università, una delle più antiche d'Europa. Questa ricchezza si fondava in gran parte sul commercio, la coltivazione diretta e la lavorazione di una piccola pianta chiamata guado (in tedesco "Waid" o "Färberwaid") dalla quale si poteva ricavare il colore blu per tingere tessuti preziosi ed in alcuni casi per dipingere. Invece non fu usata per colorare palazzi e chiese per due motivi: per la non buona resistenza alla luce di questo colore e per il suo prezzo molto elevato che non permetteva l'uso murale.
La storia del guado comincia dagli antichi. Gli Egiziani elaborarono ricette per questa pianta che usavano come medicina e anche i romani la conoscevano sopratutto per le sue virtù medicamentose e antisettiche. Era conosciuto anche in Mesopotamia e po Intorno all'800 d.C. Carlo Magno testimonia la presenza di questa pianta in Turingia. È sopratutto dal 1200 e il 1600 che il guado fece la ricchezza di Erfurt. Erfurt fu una delle prime città a contendere il diritto di vendita del prodotto grezzo. La città di Erfurt adottò delle leggi molto restrittive per il commercio del prodotto grezzo, l'agricoltore era costretto a vendere la sua merce sulla piazza del mercato di Erfurt pagando una tassa, ma anche il commerciante e allo stesso tempo produttore di blu doveva attenersi alle regole pagando nuovamente una tassa per la stessa merce comprata.
Intorno ad Erfurt c'erano ca. 300 paesi dove si coltivava il guado. Erfurt fu il più grande mercato di guado in Europa.
Nei secoli successivi il guado è stato sostituito prima dal colore indigo proveniente dalle colonie francesi dell'India e poi dalla metà dell'ottocento dalla produzione sintetica dell'indigo (con brevetto di Adolf Baeyer del 1880).
coltivaziona e lavorazione del Guado ha rappresentato un importante fattore produttivo per l’italia tra 1300/1500. In Toscana e Marche, dove le piantagioni erano più diffuse la lavorazione del guado aveva un ciclo produttivo completo e autonomo: produzione agricola, raccolta delle foglie nei campi, macerazione e raffinazione, confezione in pani della materia colorante, collocazione del prodotto finito in magazzini appositamente apprestati.
Una curiosità. Anticamente l’estrazione del colore blu dal Guado avveniva grazie alle gozzoviglie in osteria..Infatti, in cerca di un “solvente” si posizionavano barili vuoti di fronte alle osterie..aspettando che venissero riempiti!
L’urina, infatti, veniva utilizzata per l’estrazione del colorante della pianta.
4- Una analogia di altro genere si ricava attraverso la ricerca sulla voce ‘surrogato’
Surrogato
Un surrogato è un prodotto di largo consumo, sviluppato in condizioni di necessità (tipicamente in tempo di guerra o sotto embargo) in sostituzione di un altro prodotto comune, quando quest'ultimo non si può più importare o produrre a causa di una improvvisa interruzione delle vie commerciali. Viene spesso associato a bassa qualità, e ha spesso connotazione negativa.
Durante la prima guerra mondiale, la flotta della Triplice intesa impediva l'arrivo di trasporti via mare in Germania; nacquero così molti surrogati (ersatz, che divenne anche la parola inglese), come la gomma sintetica (buna prodotta dal petrolio), il benzene per il riscaldamento e un caffè ricavato dai fagioli arrostiti.
In Italia, durante la seconda guerra mondiale e anche prima, a causa dell'embargo della società delle nazioni e dell'autarchia, si cercò di produrre una serie di surrogati, come il karkadè (surrogato del tè), il caffè d'orzo o di cicoria, e si incoraggiò il consumo del pesce al posto della carne, e del riso (poco apprezzato al centro-sud) al posto della pasta.
Anche nazioni che furono indirettamente afflitte da blocchi economici svilupparono surrogati, ad esempio la Svezia durante la seconda guerra mondiale: lì, un certo tipo di gas prodotto bollendo il legno (gengas) venne usato come succedaneo del gasolio.
I prodotti autarchici
Il grande sviluppo dei surrogati sotto la spinta dell'autarchia fece sì che essi presero il nome di prodotti autarchici, conservando spesso il loro significato di prodotti scadenti. Il termine venne applicato anche a settori difficilmente immaginabili: ad esempio venne costituita la società Spea Società prodotti esplodenti autarchici.
Succedaneo
Si usa il termine succedaneo per indicare un prodotto che, pur diverso di origine, è idoneo a prendere il posto di un altro e che presenta qualità diverse, a volte non inferiori. La margarina, ad esempio, è da molti preferita al burro perché composta di grassi di origine vegetale e quindi non presenta colesterolo animale, ed alcune fibre sintetiche si pongono in buona concorrenza con le fibre naturali. La stessa gomma sintetica, dapprima cattivo surrogato di quella naturale, si è evoluta in polimeri sempre più perfezionati. Invenzione tedesca, nel corso della seconda guerra mondiale trovò uno sviluppo enorme quando gli Stati Uniti videro le loro fonti di caucciù (la Malesia e le Indie Olandesi) occupate dal Giappone.
Un esempio di innesco ulteriore : ‘la campagna dell’orbace’
Orbace ( Wikipedia)
L'orbace è un tessuto di lana ottenuto mediante una lavorazione particolare che risale ad epoche molto antiche (probabilmente questo tessuto era già usato per il vestiario dei soldati dell'antica Roma). L'armatura è a tela e il colore, tipicamente scuro, è dato con la tintura. La particolarità dell'orbace, ottenuto selezionando i peli più lunghi durante la fase della cardatura, era quella di aver subito, dopo la tessitura, un processo di follatura che ne provoca l'infeltrimento, in modo da ottenere un panno robusto ed impermeabile. Normalmente l'orbace viene prodotto in colori scuri, perlopiù nero o grigio.
La follatura richiede di esercitare grandi pressioni sul tessuto imbevuto di acqua calda insaponata, allo scopo di far compenetrare tra loro le fibre e ottenere un tessuto compatto. Questa operazione veniva tradizionalmente effettuata vuoi calpestando a piedi nudi i tessuti vuoi utilizzando magli appositi (gualchiere), che erano messi in movimento da ruote che sfruttavano la corrente dei fiumi o di altri corsi d'acqua.
Storia
Di orbace furono i sai dei monaci medioevali, come attesta il fatto che nel Trecento i villaggi del Casentino (patria del panno casentino, molto simile all'orbace) pagavano le tasse ai fiorentini con panni di lana orbace, tessuta per i padri del vicino Eremo di Camaldoli.
In epoche recenti si è diffuso l'uso di altri tessuti di più facile confezione, e l'orbace è rimasto in uso in alcune zone rurali, soprattutto nelle isole maggiori, la Sicilia (di orbace, per esempio, è il costume tipico dei contadini di Modica, RG) e soprattutto la Sardegna. In Sardegna, interi villaggi erano dediti alla produzione di orbace (per esempio Arbus, in cui su 670 case censite, 600 erano fornite di telaio), che costituiva il tessuto più usato per l'abito tradizionale maschile: non solo per i pantaloni in orbace ma anche per il copricapo (sa berritta) a forma di sacco, il corpetto e anche is ragas, il gonnellino.
Durante il fascismo, all'epoca dell'autarchia, venne incrementato l'uso dell'orbace al posto dei tessuti tradizionali. Vi fu una vera e propria "campagna dell'orbace", che ebbe riflessi positivi sull'economia rurale della Sardegna. Di orbace furono infatti le uniformi della Milizia (le "Camicie nere") e delle organizzazioni giovanili del regime. L'accostamento tra fascismo e l'orbace fu tale che non di rado questo tessuto è utilizzato, metonimicamente, per alludere a quest'era e a quest'ideologia.
Queste note si concludono qui, gli inneschi, i punti di raccordo con altre storie sono possibili e facilmente praticabili attraverso il web.
Lo sviluppo è in funzione del tipo di corso e del tipo di obiettivo che si intende perseguire.
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